Cambio euro/dollaro. Quanta confusione

cambio-euro-dollaro-previsioni

Negli ultimi mesi, l’economia europea sta godendo di una congiunzione astrale particolarmente favorevole. L’Ocse vede al rialzo la crescita del Pil nella zona euro: +1.3 per cento l’anno prossimo e +1.9 per cento nel 2016. I dati riguardanti il Pil italiano sono invece leggermente più deludenti ma anch’essi positivi: +0,6 per cento per l’anno corrente e +1,3 per cento nel 2016.

Prendendo come riferimento la nostra economia, i fattori che stanno cominciando a spingere sul pedale della crescita sono diversi, principalmente tre: (i) un piano di riforme avviato, con una conseguente fiducia dei consumatori e delle imprese in salita – l’impatto delle riforme sul Pil è stimato dal Ministero dell’Economia in un 3,3 per cento in più da qui al 2020; (ii) il quantitative easing messo in campo da poche settimane dalla Bce con il conseguente deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro, praticamente in pareggio; (iii) un prezzo del greggio in costante diminuzione.

Riguardo l’ultimo aspetto, nonostante la chiusura di numerosi pozzi negli Usa per eccesso di produzione, il WTI, dopo aver toccato il minimo storico dal 2009, continua infatti a tenersi a quote molto basse – intorno ai 50 dollari – seppur lievemente in rialzo nelle ultime settimane. Il rafforzamento del dollaro, poi, non fa altro che accentuare ancora di più questo fenomeno.

Concentrandoci ora proprio sul rafforzamento del dollaro, è interessante cercare di capire ancora per quanto potrà durare questo trend. Qui nel grafico (sole24ore) l’andamento del cambio nell’ultimo anno.

Schermata 2015-04-10 alle 07.49.02

I pareri delle grandi banche, dalla Deutsche Bank alla Goldman Sachs vanno tutti nella stessa direzione: un’ulteriore discesa della moneta unica, fino ad un tasso di cambio dello 0,8 sul dollaro. In realtà, negli ultimi giorni, la discesa dell’euro ha subito un lieve arresto, presumibilmente a causa del discorso di Janet Yellen:  il governatore della Fed ha infatti annunciato che l’innalzamento dei tassi americani – e il conseguente ulteriore apprezzamento del dollaro – non prescinderà dalla situazione economica generale, negli Usa leggermente più deludente del previsto.

Ogni qualvolta vengono pubblicati dati macroeconomici negativi, la possibilità di un aumento dei tassi da parte della Fed diminuisce e il dollaro, seppur leggermente, si deprezza. È quanto accaduto nell’ultima settimana: i dati sull’occupazione sono risultati peggiori del previsto e il biglietto verde ha perso terreno, facendo salire il cambio a quota1,1.

Proprio questa incertezza circa i tempi e i modi con cui la Fed alzerà i tassi di interesse rendono il cambio euro/dollaro particolarmente volatile. Qui nel grafico (sole24ore) è possibile vedere l’andamento carsico dell’ultima settimana.

Schermata 2015-04-10 alle 07.49.13

Gli operatori valutano in diminuzione la probabilità che questi aumenti avranno luogo in breve tempo: 28 per cento entro settembre e 57 per cento entro l’anno.

La politica monetaria che la Fed deciderà di intraprendere sarà quindi determinante per comprendere l’andamento del cambio euro/dollaro. Determinante, ma non l’unico aspetto da prendere in considerazione.

A favore di un continuo deprezzamento dell’euro giocano infatti anche altri scenari, due in particolare:

  • visti i tassi di interesse americani più elevati rispetto a quelli europei, gli investitori potrebbero optare per prestiti in euro da convertire in dollari, guadagnando quindi sul differenziale. Questo processo apprezzerebbe ulteriormente il dollaro.
  • una strategia analoga potrebbero seguirla i fondi sovrani asiatici i quali, vendendo debito europeo e acquistando titoli del Tesoro americani, otterrebbero un guadagno maggiore.

Se questi due scenari suggeriscono un continuo e prolungato deprezzamento dell’euro, altri ne rendono possibile un imminente cambio di rotta:

  • il fatto che il debito americano sia sempre più usato dagli Usa come come strumento di diplomazia (weaponizing the dollar) potrebbe scoraggiare molti paesi asiatici a compiere quel tipo di operazioni che riempirebbero i loro portafogli di dollari, soprattutto considerando il fatto che questi paesi hanno impiegato anni per differenziare i loro investimenti ed è quindi difficile ritenere che siano disposti, nonostante i più alti guadagni, a compare quantità massicce di titoli americani.
  • premesso che un paese con con un deficit nella bilancia dei pagamenti  – maggiori importazioni rispetto alle esportazioni – vede un continuo deprezzamento della propria moneta, con un disavanzo enorme degli Usa nei confronti dell’Europa – 484mld quest’anno – sono necessari sempre più capitali da spostare dal vecchio continente agli Usa solo per mantenere costante il tasso cambio. In caso contrario, il dollaro si deprezzerebbe nei confronti dell’euro. È sostenibile nel lungo periodo una strategia di questo tipo?
  • infine, una ripresa forte ed effettiva dell’economia europea potrebbe attrarre nel vecchio continente numerosi investitori e, con essi, un apprezzamento dell’euro.

Quale dei vari fenomeni avrà il sopravvento è sicuramente difficile da prevedere, certo è che gli entusiasmi per un euro debole potrebbero essere presto gelati.

Intanto, la Hsbc Bank ha già pubblicato una stima che va in controtendenza rispetto a tutte le altre: un rafforzamento dell’euro contro il dollaro ad un cambio di 1,20 entro due anni.

Vota i nostri posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.