L’accanimento contro il diritto di morire

«Morire è facile, prima o poi ci riescono tutti» scriveva, graffiante come sempre, Gesualdo Bufalino. Ma, facendo per un attimo a Bufalino il torto di prenderlo sul serio, se probabilmente morire è la parte piú semplice della nostra esistenza, è rispetto al come e al quando che si presentano gli aspetti piú problematici.

Proprio questi nodi sono stati oggetto di discussione nell’evento Ripensare la morte. Fine vita e identità personale, organizzato dal CEST (Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari) nell’ambito di Biennale Democrazia. Protagonisti i professori Maurizio Mori, professore di Bioetica a Torino e presidente della Consulta di Bioetica Onlus, e Piergiorgio Donatelli, professore di Filosofia morale presso La Sapienza di Roma. Accanto ai relatori, sono intervenuti alcuni giovani studiosi: Daniele Gorgone, dottorando all’Università di Torino, Alberto Martinengo, ricercatore di Filosofia teoretica all’Università di Milano, ed Elena Nave, dottoressa di ricerca in Bioetica.

L’incontro, come esplicito già nel titolo, ha voluto mettere in relazione la questione dell’identità personale con la problematica bioetica, ponendo la morte al centro della riflessione. Per quali ragioni? Per due ragioni, chiarisce subito Martinengo in apertura: “anzitutto perché oggi non siamo più disposti a pensare all’identità come come a un substrato che ci viene fornito una volta per tutte (dai nostri genitori, dal nostro patrimonio genetico…), ma come a un insieme di esperienze, che ci portano a ridefinirci e ci stimolano a raccontarci – e non a declinare il nostro codice fiscale – quando qualcuno ci domanda “Ma tu chi sei?”; in secondo luogo, perché la nostra identità (ciò che noi sentiamo di essere) si costruisce anche confrontandosi con la morte, con l’idea che ne portiamo, con i lutti che elaboriamo”.

È quindi proprio dal ripensare il concetto di morte che intendo partire, richiamando alcuni spunti offerti dai relatori.

I recenti progressi in campo tecnologico offrono nuove possibilità e soluzioni mediche ma pongono anche nuove sfide e interrogativi: attraverso analisi genetiche abbiamo la possibilità di conoscere in anticipo la nostra predisposizione a determinate malattie; conosciamo in anticipo il decorso di esse; la medicina è sempre più in grado di sedare la malattia, seppur – in alcuni casi – senza sconfiggerla, e allungare, di tempi variabili, l’esistenza.
La morte, pur senza perdere il suo carattere essenziale: l’irreversibilità, smette di essere la fine, improvvisa e istantanea, ma può essere (ri)definita come una vera e propria fase della vita –  al pari dell’adolescenza e della vecchiaia. La morte non è più una fine da subire ma una fase da vivere, liberamente. È precisamente qui che subentra la questione del come.

Suicidio assistito ed eutanasia sono i due modi attraverso i quali l’individuo può scegliere di morire. Quale la differenza fra i due? Nel caso del suicidio assistito è il paziente a compiere l’atto pratico che pone fine alla sua esistenza, fosse anche semplicemente quello di premere un bottone che inietti nel suo organismo prima un sonnifero e poi veleni appositamente preparati dal medico. Nel caso dell’eutanasia è invece il medico a compiere attivamente tutte le fasi del processo. E questo pone problemi di coscienza ancora più marcati.
Si distinguono tre tipi di eutanasia: attiva, attiva volontaria e passiva. Nel primo caso il medico provoca direttamente la morte del malato terminale; nel secondo, il medico agisce su esplicita richiesta dell’interessato (che dispone dunque, al contrario del primo, delle funzioni vitali che gli consentono di intendere e volere e di comunicare ciò che intende e vuole); nel terzo caso, il medico causa indirettamente la morte del paziente, astenendosi dal praticare le cure.

Nel nostro ordinamento giuridico, l’eutanasia attiva è assimilata all’omicidio volontario. Nel caso si riesca a dimostrare il consenso del malato (attiva volontaria), la pena è ridotta (omicidio del consenziente).

Anche l’eutanasia passiva è proibita ma dimostrare la colpevolezza del comportamento del medico può risultare complesso e le conseguenze giuridiche sono generalmente meno gravi. Infine, anche il suicidio assistito è considerato un reato.

Dov’è la possibilità per la persona di esprimere anche in quella fase della vita che è la morte, la propria identità? Di viverla nella modalità che ritiene più coerente con la propria storia e le proprie convinzioni?

La riflessione sul fine vita e sulla libertà di autodeterminazione è prodiga di spunti per analizzare casi sempre più particolari. Tra questi, un caso particolarmente complesso è quello del tedium vitae, ovvero la situazione di coloro che ritengono di avere vissuto a sufficienza, di non aver piú voglia. Quante volte ci capita di sentire persone anziane stanche di vivere? Le sole prospettive che queste si trovano davanti sono francamente brutali: perché dovrebbe essere negata loro la possibilità di morire, se non gettandosi – nel caso abbiano le forze di farlo – dal quinto piano di un ospedale (vedi il caso Monicelli)?

C’è una ambiguità dello Stato e della sua azione, normante e proibitiva, che si attua per il tramite di ingerenze o omissioni. Veniamo sanzionati quando mettiamo in atto comportamenti che potrebbero accorciare, se non interrompere, la vita  – sebbene non siano assolutamente fonte di pericolo sociale (cinture di sicurezza per tutti) – e ci vediamo negata la possibilità di accorciarla secondo la nostra volontà. Eccoci arrivati al problema del quando.

La pratica del suicidio razionale ha attraversato la storia dell’umanità intera per giungere fino ai giorni nostri: siamo liberi di spostarci quando un auto ci sta venendo addosso, allungando così la nostra vita, o di rimanere fermi o addirittura buttarci sotto, recidendola istantaneamente. Non si parla ovviamente qui del gesto disperato, dell’impulso del momento ma di una meditata e determinata scelta, personale o filosofica, di andarsene da questo mondo, rispettabile almeno quanto quella di restarci. Accorciare o allungare la vita sono due modi che noi abbiamo di incedere su di essa. Cosa ci permette di definire un’azione giusta e l’altra sbagliata? La libertà, e solo la libertà, permette all’individuo di poter esprimere se stesso anche nella scelta del come e delquando morire, che scelga di anticipare la morte o di essere accompagnato alla fine della vita. Le mezze misure, almeno in questo caso, non trovano giustificazione.

Alla lista dei buoni argomenti in favore dell’eutanasia e del suicidio assistito vale giusto la pena aggiungerne un altro: far uscire queste esperienze, ben presenti e già praticate negli ospedali del Paese, dalla clandestinità. La società civile ha ormai da tempo metabolizzato e accettato queste pratiche, marcando una volta di più il gap che c’è tra governati e governanti in tema di diritti della persona.

Una chiarificazione importante: l’argomento qui non è affatto quello di legalizzare quel che comunque, clandestinamente, avviene – ci sono una miriade di pratiche clandestine che non meritano legittimità giuridica; nasce invece dalla convinzione per la quale l’uomo ha il diritto di determinare la sua identità come meglio crede, scegliendo quindi anche di/come morire. Con le parole del professor Donatelli: “Abbiamo il diritto di esprimere la nostra visione di noi stessi sull’esistenza, sulla morte, sulla nostra vita affettiva. In assenza di regole – come è nel nostro Paese – questo diritto è negato, queste esperienze sono impoverite dalla clandestinità. Vogliamo fare esperienze ‘a pieno diritto’”.

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