“House of Renzi”: la stagione politica del buon Matteo spiegata da Kevin Spacey

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Un’opera profetica. So che molti di voi potrebbero giudicare eccessivo questo attributo, ma è, per molti aspetti, adeguato alla serie televisiva “House of Cards”, interpretata da uno stellare e spietato Kevin Spacey. L’azione congiunta di Michael Dobbs (ex politico scozzese membro della cricca conservatrice della Thatcher e autore del romanzo “House of Cards”) e di Beau Willimon (sviluppatore del progetto della serie televisiva), ha permesso la creazione di un gioiellino del piccolo schermo estremamente verosimile. Forse troppo. Qualcuno di voi ha mai pensato di confrontare il robusto Kevin Spacey, con un fiorentino dalla faccia da bimbo come Matteo Renzi? Sicuramente il personaggio di Frank Underwood, interpretato dall’attore premio Oscar, ha molti aspetti in comune con il nostro Primo Ministro. Giusto due note per chi, poveretto, non ha seguito la serie. Francis J. Underwood è un politicante senza scrupoli che nell’arco di tre stagioni riesce a passare da Chief Whip al Congresso, a vice presidente, fino a Presidente degli Stati Uniti d’America. Ma quali sono i punti di convergenza fra questo intraprendente personaggio e il buon Matteo?

Primo: aspetto forse meno importante, Underwood è del Partito Democratico statunitense, Renzi del Partito Democratico italiano.

Secondo: entrambi sono diventati presidenti senza elezione democratica. D’accordo, la forma di governo è diversa e pertanto lo sono anche le cariche rivestite dai due personaggi, ma entrambi si sono trovati a governare sostituendo i rispettivi Garreth Walker ed Enrico Letta: due personaggi ugualmente scialbi la cui presidenza non sarà altro che un appunto nei libri di storia dell’universo di “House of Cards” e di quello reale.

Terzo: entrambi hanno cercato l’aiuto di un importante uomo d’affari invischiato in politica: Underwood si è riferito a tale Raymond Tusk, Renzi all’eterno Silvio Berlusconi. Inoltre entrambi non si sono fatti scrupoli ad allontanarsi da questi una volta raggiunto il proprio scopo.

Quarto: entrambi hanno rivestito importanti cariche all’interno del partito prima di ottenere la presidenza (Chief Whip al Congresso Underwood, Segretario del Partito Democratico Renzi).

Quinto: entrambi, non appena diventati presidenti, hanno cercato di attuare una riforma del lavoro: l’American Works di Underwood e il Jobs Act di Renzi. Le modalità di attuazione di queste due riforme sono diverse: l’americano ha attinto alla FEMA (fondi destinati alle calamità naturali), l’italiano è stato un po’ meno drastico e si sta limitando a riforme come quella sull’articolo 18.

Tiriamo dunque un paio di somme. È interessante considerare come due politici giunti al governo senza elezione cerchino di ottenere un buon consenso creando posti di lavoro, senza timore di combattere le opposizioni: Underwood combatte il Congresso ed entrambi i partiti, Renzi cerca di rimettere nel sarcofago quelle mummie imbestialite di Landini e Camusso che continuano a dare addosso a lui e al Jobs Act. Da qui si potrebbe anche arrivare ad affermare che gli intrighi del potere sono tutti uguali ed elevare la politica a scienza, dando dunque una buona soddisfazione a quei poveretti che studiano “Scienze politiche”, perché no? Io mi limito a dirvi che: se non avete mai visto “House of Cards”, dovete rimediare; che se vi piace Frank Underwood non può che piacervi Matteo Renzi; che per sapere dove andrà a finire il governo Renzi dobbiamo aspettare la prossima stagione e che Kevin Spacey è un figo pazzesco.

Ultima notazione: pare che nel 2014 il buon Matteo abbia acquistato una copia del libro “House of Cards”; in allegato gli è arrivata qualche ora dopo una lettera di Michael Dobbs, l’autore, che lo invitava a non prendere spunto da quel libro per fare politica, ma a cercare una via maggiormente etica per rafforzare il proprio ruolo e mantenere la propria carica. Secondo me quella lettera a Palazzo Chigi non è arrivata, o se arrivata è stata bruciata.

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